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Oratorio Santa Zita Palermo: gli stucchi del Serpotta

11/07/2026

Oratorio Santa Zita Palermo: gli stucchi del Serpotta
Foto da: Fabrizio Garrisi, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

Tra i vicoli stretti della Palermo medievale, nelle immediate vicinanze della chiesa di Santa Zita — o Santa Cita, secondo la dizione palermitana più radicata — sorge uno degli ambienti più straordinari che l'arte barocca siciliana abbia mai prodotto: un oratorio privato le cui pareti, le volte e persino gli angoli più remoti sono ricoperti di stucco modellato con una precisione e un'inventiva che, a distanza di tre secoli, continuano a suscitare un disorientamento quasi fisico nel visitatore che vi entra per la prima volta. L'Oratorio di Santa Zita a Palermo, noto anche come Oratorio del Rosario di Santa Zita, rappresenta il cantiere più ambizioso della carriera di Giacomo Serpotta, lo stuccatore palermitano che tra la fine del Seicento e i primi decenni del Settecento ridefinì completamente i parametri estetici di questa disciplina, portandola a un livello di raffinatezza plastica che non trovava precedenti nell'isola né, per certi aspetti, altrove in Italia.

Serpotta lavorò in questo spazio tra il 1685 e il 1718, in più fasi distinte che corrispondono a strati stilistici riconoscibili per chi abbia familiarità con la sua evoluzione tecnica: le prime campagne mostrano ancora una certa solidità volumetrica, mentre le figure tarde — in particolare le allegorie delle virtù e i gruppi di putti — raggiungono una leggerezza quasi impossibile per un materiale come lo stucco di calce e marmo polverizzato. Il risultato è un'architettura sovrapposta a quella reale, una seconda pelle di figure, drappeggi, cornici e simboli che trasforma uno spazio liturgico relativamente contenuto in qualcosa di morfologicamente instabile, nel senso migliore: ogni angolazione restituisce una composizione diversa, ogni luce radente rivela dettagli che alla luce diretta scompaiono.

Visitare l'Oratorio Santa Zita Palermo con l'attenzione che merita richiede tempo, una buona luce naturale nelle ore centrali della mattina, e — possibilmente — la disponibilità a tornare una seconda volta, perché la prima è inevitabilmente dominata dallo stupore complessivo, e solo alla seconda si comincia a leggere l'articolazione interna del programma iconografico, la logica delle sequenze narrative, la sottile ironia con cui alcune figure secondarie sembrano commentare la scena principale a cui appartengono.

Il contesto architettonico e la committenza della Compagnia del Rosario

L'oratorio fu fondato dalla Compagnia del Rosario di Santa Zita, una delle numerose confraternite laiche che nella Palermo di età moderna gestivano spazi di culto semiprivati, distinti dalle chiese aperte al pubblico, e commissionavano opere d'arte come atto di affermazione identitaria e devozionale insieme: si trattava di ambienti riservati ai soci, spesso di estrazione mercantile o artigiana elevata, capaci di investire risorse considerevoli nella decorazione interna proprio perché quello spazio rappresentava la loro presenza collettiva nella città religiosa. L'edificio si articola in un'aula rettangolare con un piccolo presbiterio absidato; la struttura muraria è semplice, quasi spoglia all'esterno, e questo contrasto con la ridondanza decorativa interna non è casuale — appartiene a una logica di rivelazione progressiva tipica dell'architettura confraternale palermitana, in cui l'interno è uno spazio di esclusività riservata. La pavimentazione in cotto maiolicato, i banchi lignei lungo le pareti, l'altare maggiore con la tela di Pietro Novelli raffigurante la Madonna del Rosario con i Misteri: tutto concorre a definire un campo visivo in cui lo stucco di Serpotta non è decorazione aggiunta ma struttura visiva primaria, il vero scheletro percettivo dell'ambiente.

La Battaglia di Lepanto: il pannello narrativo principale

Sulla parete di controfacciata, in una posizione che cattura immediatamente l'attenzione di chi entra, si estende il pannello narrativo più complesso dell'intera opera: la Battaglia di Lepanto, realizzata in stucco a tutto tondo e altorilievo in un formato quasi teatrale, con navi in combattimento, figure di combattenti su ponti instabili, corpi che cadono e brandelli di vela che si gonfiano in un vento modellato nella materia solida. È un'opera che, per ambizione compositiva, esula dalla tradizione dello stucco ornamentale e si avvicina alla scultura narrativa di grandi dimensioni, con la difficoltà aggiuntiva di dover gestire la profondità spaziale su una superficie piana attraverso la sola variazione del rilievo. Serpotta risolve il problema con una stratificazione sapiente: le figure in primo piano sono quasi a tutto tondo, quelle intermedie degradano progressivamente verso il bassorilievo, le navi sullo sfondo sono appena accennate come incisioni nella superficie bianca, creando una prospettiva plastica che funziona anche a distanza ravvicinata senza perdere coerenza. Il riferimento alla vittoria cristiana del 1571 non è soltanto celebrativo in senso generico — la Compagnia del Rosario si attribuiva tradizionalmente un ruolo spirituale in quella vittoria, avendo organizzato processioni e preghiere collettive durante la battaglia, e questo pannello è al tempo stesso memoria storica, autodefinizione confraternale e dichiarazione di ortodossia religiosa.

Le allegorie delle Virtù e la serie dei putti

Lungo le pareti laterali, entro nicchie sapientemente incassate nelle lesene che scandiscono il ritmo dello spazio, si dispongono le figure allegoriche delle Virtù — Fede, Speranza, Carità, Fortezza, Giustizia, Prudenza, Temperanza — modellate in stucco bianco su fondo bianco, senza colore né doratura, nella scelta cromatica che Serpotta mantenne costante per tutta la sua produzione matura e che conferisce alle sue figure una qualità quasi spettrale, come se fossero apparizioni più che manufatti. La tecnica dello stucco bianco su bianco non è una rinuncia alla policromia ma una scelta estetica precisa: il modellato viene reso leggibile unicamente dalla luce e dall'ombra, il che significa che queste figure cambiano aspetto nel corso della giornata, si fanno più nette con la luce laterale del mattino, si ammorbidiscono nel pomeriggio quando la luce diventa più diffusa. I putti — probabilmente la categoria di figure in cui Serpotta raggiunge la maggiore originalità rispetto ai contemporanei — affollano ogni superficie disponibile: siedono sui cornicioni, si arrampicano sulle cornici dei pannelli narrativi, si appoggiano a festoni, giocano con attributi simbolici che reggono con la disinvoltura di bambini che giocano davvero, non di angeli che eseguono un protocollo iconografico. La differenza è sottile ma determinante: nei putti di Serpotta c'è una fisicità involontaria, un peso corporeo e una distrazione psicologica che li distingue dalla tradizione ornamentale coeva.

Materiali, tecnica esecutiva e stato conservativo attuale

Lo stucco utilizzato da Serpotta è un impasto a base di calce spenta, polvere di marmo bianco di Carrara e, in alcune fasi, piccole percentuali di gesso alabastrino che conferiscono alla superficie finita una traslucenza lieve, percepibile solo in luce radente; la lavorazione avveniva a strati sovrapposti, con i volumi principali costruiti in piena massa e i dettagli — le ciocche dei capelli, le pieghe dei drappeggi, le unghie delle mani — eseguiti a fresco direttamente nell'intonaco fresco con strumenti sottili, in una fase che non ammetteva correzioni rilevanti. Il cantiere dell'oratorio ha subito nel corso dei secoli diversi interventi, alcuni dei quali — in particolare quelli ottocenteschi — hanno alterato superfici e ridipinto porzioni di intonaco non serpottiano con tinteggiature che oggi rendono più difficile la lettura unitaria dello spazio; i restauri condotti tra la fine del Novecento e i primi anni Duemila hanno recuperato la leggibilità della maggior parte delle superfici, ma alcune zone rimangono problematiche per via dell'umidità di risalita che in certi periodi dell'anno interessa le pareti al di sotto del metro e mezzo. Nel 2026, l'oratorio è visitabile attraverso il sistema di prenotazione gestito da Palermo Arte e Cultura, con accessi contingentati che permettono una fruizione non affollata — condizione essenziale per un ambiente di quelle dimensioni e di quella densità visiva.

Itinerario nei tre oratori del Serpotta a Palermo

Chi visita l'Oratorio Santa Zita Palermo con una certa sistematicità difficilmente si accontenta di un solo sito: il corpus palermitano dello stuccatore comprende altri due oratori di qualità analoga, che insieme definiscono un percorso coerente attraverso le diverse fasi della sua produzione. L'Oratorio di San Lorenzo, in via Immacolatella, è forse il più celebre per la presenza del Presepe di Caravaggio — trafugato nel 1969 e mai recuperato — ma anche per la qualità delle singole figure allegoriche, tra cui la Modestia con il velo trasparente è probabilmente il punto più alto di tutta la scultura serpottiana; l'Oratorio del Rosario di San Domenico, a breve distanza, ospita una decorazione più tarda e più sobria nelle proporzioni, con un equilibrio diverso tra figure e architettura. I tre siti si trovano in un'area urbana percorribile a piedi nell'arco di un'ora, il che rende plausibile una visita combinata in una singola giornata, a patto di non cedere alla tentazione di accelerare: ciascun oratorio richiede almeno quarantacinque minuti di permanenza reale, e la sequenza più produttiva prevede di visitare Santa Zita per ultima, dopo che l'occhio si è già esercitato sulle grammatiche precedenti e può cogliere, nella produzione più ambiziosa di Serpotta, le scelte che altrove erano ancora in fase di definizione.

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Annalisa Biasi

Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to